sabato 3 ottobre 2015

3° TAPPA NATIVI DIGITALI ON BLOGTOUR

Buongiorno cari amici de Il mondo di sopra
Oggi con immenso piacere ospitiamo nel nostro mondo la terza tappa dei Nativi Digitali on Blogtour, evento organizzato dalla Casa Editrice Nativi Digitali, con la quale collaboro e che mi sta donando tante soddisfazioni!

Ma come funziona Nativi Digitali on BlogTour? Niente di complicato: 10 degli ebook della casa “faranno un giro” in 15 blog ospiti, attraverso contenuti originali e inediti curati dagli autori. E non finisce qua: gli ebook partecipanti saranno in offerta a -50% dall’1 al 15 ottobre, per tutta la durata del BlogTour, sul sito ( click )   e tutti gli altri store di ebook! Insomma, contenuti gratuiti ed ebook scontati per tutti i gusti

I blog partecipanti:


Il calendario del tour:

Ora invece partiamo con l'intervista a Tristan Garden:


A una settimana di distanza dalla sorprendente telefonata di Tristan Garden, il viaggiatore immortale, ci siamo incontrati presso il Giardino degli Aranci, sull’Aventino. Era notte fonda, e il pesante cancello avrebbe dovuto essere sprangato da tempo, ma al mio arrivo l’ho trovato socchiuso, segno evidente che il misterioso proprietario della casa editrice che dirigo era già entrato. Lo trovai sul terrazzo in fondo al giardino, seduto sul lastrone di pietra del davanzale. In assenza dell’illuminazione del parco, la sua figura era poco più che un’ombra stagliata contro le luci di Roma, eppure mi parve di scorgere nei suoi occhi un bagliore di nostalgica felicità. Mi ha parlato a lungo del libro che ha appena finito di scrivere, il seguito di Storie di un viaggiatore immortale, affrontando con cura i problemi legati alla sua pubblicazione, ignorando i miei sbadigli e le mie proteste che non mi occupavo di simili dettagli da anni, e ha perfino preteso che mi appuntassi alcuni particolari che gli erano più a cuore.
È stato allora che gli ho detto che, visto che mi stava costringendo ad una notte insonne – cosa che a 74 anni suonati non mi fa di certo bene – tanto valeva che rispondesse a qualche mia domanda prima di sparire nuovamente. Era più che altro uno sfogo, il mio, ma Tristan ha sorprendentemente accettato.
Cerco di riportare lo scambio di battute nel modo più preciso possibile.

- Hai conosciuto Bram Stoker? Che tipo era? (Lo so che non era la prima cosa da chiedere, ma ho sempre adorato quest’autore)

«Sì, l’ho conosciuto… Nel 1985, mi pare. Era un tipo meticoloso. All'epoca dirigeva il Lyceum Theatre di Londra, ma aveva già pubblicato diverse opere che mi erano piaciute, così lo incontrai con un pretesto. Stava lavorando al Dracula già da cinque anni, e per questo era molto preso dalle leggende balcaniche. Gliene ho raccontate un paio che conoscevo, ma non mi risulta che ne abbia poi fatto uso, salvo forse qualche dettaglio che ha inserito nel “The Lady of the Shroud”».

- Come è stato per te tornare nella tua terra natia dopo secoli? Cosa hai provato?

«In Inghilterra? In quell’occasione? Devo ammetterlo, non sono mai stato un tipo particolarmente patriottico. E poi ero stato in Scozia un paio di secoli prima... Volente o nolente non sono mai stato lontano troppo a lungo», ha concluso con un sorriso.

- E nel villaggio in cui sei nato? Ci sei più tornato?

«No, mai. Non so neanche se esista ancora, o se abbia ancora lo stesso nome. Mi sono ripromesso di non guardarmi indietro. Passiamo alla prossima domanda?», ha chiesto, e sembrava davvero a disagio, per cui l’ho accontentato.

- Tu credi nel sovrannaturale? O meglio, nel divino? (Dopo la prima domanda mi ha guardato come se fossi scemo, e ho dovuto chiarire con la seconda.)

«Ecco, qui mi cogli di sorpresa. Non so che dirti, sinceramente. So bene di rappresentare io stesso un qualcosa di sovrannaturale, di incomprensibile io stesso, con le mie… peculiarità, diciamo. Il mio nutrirmi di storie, che mi rende diverso da chiunque altro io abbia mai conosciuto. Che qualcosa di più esista, non posso negarlo. Ma il divino, sinceramente non saprei. Una decina d’anni fa ero in piena fase di rigetto, ero ancora scosso da tutto il male che ho visto in giro per il mondo. L’Olocausto, le purghe di Stalin, la Rivoluzione Culturale di Mao, Srebenica addirittura nel ’95… Ma ho parecchio tempo per pensare, di recente, e ho pensato anche a questo, al male, a Dio, alla religione. E ho deciso che non lo so. Non più di quanto non lo sappiate voialtri. Non ho modo di saperlo, e per questo cerco di vivere la mia vita come meglio posso. Cercando di fare del bene. E se fallisco, se ogni tanto finisco a desiderare solo di abbandonare il mondo, o di essere lasciato in pace, beh, mi ripeto che bisogna continuare a provare».

- È una cosa che hai imparato durante il tuo peregrinare? C’è qualcos’altro che hai capito, o scoperto, in tutto questo tempo – quant’è, sette secoli?

«Sì, sette secoli. Ed è qualcosa che ho capito solo di recente, in realtà. Altre cose… No, mi spiace, non ci sono grandi segreti per raggiungere la felicità. E la mia vita durerà anche molto più della vostra, ma non credo che sia poi così diversa, sai? Certo non devo mangiare, e neanche dormire, all’occorrenza, ma ho comunque bisogno di storie. E provo le stesse sensazioni di tutti gli altri. Posso essere stanco, o stressato, arrabbiarmi, avere voglia di piangere, perfino provare nostalgia o sentirmi solo. Sono come chiunque altro, in questo».

- Nel tuo libro parli delle Fiandre, in particolare di Anversa. Ci sei più tornato?

«No. Come ho detto, mi sono ripromesso di non guardarmi indietro».

Credo di averlo fatto arrabbiare, stavolta, perché c’era un non so che di tagliente, nella sua voce. Ho deciso quindi di lasciar stare per un po’ le domande personali e chiedere altro.

Ci ho pensato su qualche minuto, ma la prima cosa che mi è venuta in mente è stata una domanda sarcastica:

- Kafka aveva una fobia per gli insetti, vero?

«Non saprei, sinceramente, ma non credo – ritengo fosse più che altro disgustato da sé stesso e dagli esseri umani in generale. Non l’ho mai conosciuto, tuttavia: lessi “La Metamorfosi” solo nel 1923, e cercai subito di procurarmi un altro suo racconto, “La sentenza”. Mi colpirono molto entrambi, e decisi di cercare di incontrarlo, come ho fatto con Stoker e con molti altri autori. Quando giunsi a Berlino, tuttavia, mi dissero che era partito per Praga, ed al mio arrivo in Boemia venni a sapere che era morto».

- Hai conosciuto molti autori, immagino… Perché mi sono appena ricordato di un dubbio che avevo da bambino: Stevenson beveva rum?

«Lui non saprei, suo padre Thomas sicuramente sì, anche se preferiva il whisky, da bravo scozzese. Lo conobbi quando venne a progettare un faro su una delle Orcadi, vicino al castello che possedevo all’epoca. Ero appena tornato dall’America, ed avevo pensato di tornarci a vedere come andavano gli affari. Finii per fermarmi qualche mese per seguire i lavori, e una volta a settimana bevevamo qualcosa insieme, alla taverna del porto. Non faceva che parlare di suo figlio, all’epoca piccolo e malaticcio, lamentandosi che terminato il faro doveva andare a Shillay, sulle Ebridi, per costruirne un altro, mentre Robert era in Francia per curarsi dalla tubercolosi. Beveva tanto, ma senza mai esagerare, e comunque reggeva benissimo, meglio di ogni altro scozzese che io abbia mai visto – e sono parecchi!»

- Artisti, invece? Picasso, magari?

«Sai, l’arte mi ha sempre affascinato. Oscar Wilde ha scritto che “L'emozione per amore dell'emozione è lo scopo dell'arte”, ed in un certo senso è vero. Ma, come le emozioni che l’arte suscita, anche questo scopo è diverso a seconda dello spettatore, a seconda di chi guarda un quadro. Davanti al Guernica, Picasso provava qualcosa, io provo qualcosa, tu provi qualcosa, e sono tre cose diverse, completamente diverse, che cambiano a seconda del tempo e del luogo in cui ci troviamo. Qui sta il fatto: il Guernica mi mette a disagio, e così una buona parte delle successive opere di Picasso, e per questa ragione non ho mai provato ad incontrarlo. Preferisco Feininger, piuttosto. Mi riconosco molto nella sua dichiarazione “l’umanità è la sola cosa che mi interessa” – che pure non gli ha impedito di dipingere degli splendidi edifici e dei paesaggi affascinanti. Eppure è il suo modo di rappresentare la luce mi ha conquistato: delicata e leggiadra in un modo unico e stupefacente. Molto più pacifico di Picasso, sai».

- Hai cercato di scoprire le tue vere radici? Se sì, cosa hai trovato?

«Provarci? E come? Di storie ne ho lette tante e ascoltate di più, ma non c’è leggenda o mito con cui io sia entrato in contatto che parli di qualcuno che si nutre di storie come me, neanche lontanamente», ha affermato stancamente. Così ho insistito.

- Hai mai pensato di appartenere al “popolo blu” scozzese? O forse sei un discendente degli Atlantidei. Avevi fatto questa ipotesi?

«Se vuoi chiamarle ipotesi… Con i Pitti, quello che tu chiami “popolo blu”, ho in comune solo il saper suonare l’arpa. Quanto agli Atlantidei… Ti fermo qui. Non ha senso proseguire con queste domande, e se come hai detto sei stanco, forse è meglio che te ne torni a letto». Stavo per farlo, ma ha proseguito: «Mio padre, chiunque egli fosse o sia, ha scelto di non occuparsi di me. Deve aver stabilito che sarei cresciuto meglio da solo che con lui, o forse non ha mai saputo delle mie “capacità”. Forse non dipendono neppure da lui, ed è morto settecento anni fa. Chissà. Ma non dipende da lui ciò che sono, né ciò che sarò. Dipende solo da me. Potrei fare di lui una figura centrale nei miei pensieri. Potrei ossessionarmi sulla sua natura, sulla sua identità. Su come sarebbe stata diversa la mia vita se l’avessi avuto al mio fianco. Ma così non è, per mia precisa volontà. Non so chi sia stato, e ho deciso che non mi interessa più. Che non lo cercherò più. Perché la mia vita dipende solo da me, e posso usarla per fare del bene anche da solo. Ho parecchia esperienza, in fondo… E tanto, tanto tempo».

A Domani nel sito de Le recensioni della Libraia

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