mercoledì 31 gennaio 2018

Benito Cereno, Herman Melville - Recensione -

Questo mese mi sembra che sia volato, mi da la sensazione di aver appena finito una corsa e, per concludere in totale bellezza quello che è stato il primo mese dell'anno nuovo, vi porto la mia recensione su una narrativa classica che grazie ad una nuova casa editrice El doctor sax e la traduttrice Cristina Vitagliano, ritorna alla luce.


BENITO CERENO

Herman Melville

TRADUZIONE CRISTINA VITAGLIANO


Prezzo: 12,48€
Pagine: 170

Trama: Nel 1850 pubblicò Moby Dick, un romanzo considerato una delle grandi opere della letteratura universale, che nascondeva la metafora del mondo e della natura umana: l'incessante ricerca dell'assoluto che sfugge sempre e la convivenza del bene e del male nell'uomo, andando oltre un argomento apparentemente semplice, come l'ossessione del capitano Achab per Moby Dick, la balena bianca. Benito Cereno, pubblicato per la prima volta nel 1855, è un altro romanzo in cui l'autore prende spunto dalla sua esperienza da marinaio. È un modello di sintesi e di stile, dove Melville dipinge con colori plumbei una storia fitta di mistero e ambiguità: nel 1799, il capitano americano Amasa Delano ancorò nella baia di un'isola deserta al largo della costa cilena. Il mattino dopo apparve una misteriosa nave, la San Dominick. Questa era una nave negriera decimata da una tempesta e da un'epidemia. I marinai bianchi vivevano con i neri, senza provviste e in un malgoverno allarmante. Lì Delano incontrò il debole e malaticcio capitano Benito Cereno, che gli raccontò gli orrori del suo viaggio. Equivoci e diffidenza, passi descrittivi, altri allegorici, argomenti come il razzismo e la colonizzazione, sono tutti i temi che con il suo stile agile Melville riesce ad affrontare in questo libro così controverso, catturando il lettore sin dalle prime battute.

Il Benito Cereno di Herman Melville tradotto da Cristina Vitagliano, sembra leggersi al contrario. Mi capita raramente di partire dalle ultime pagine per poi ritornare all'inizio, ma Cristina con la sua postfazione, ci accompagna in una di quelle letture che lascia senza fiato, non solo perché l'autore era già riuscito ad incantarci con Moby Dick, ma perché l'alone di mistero ad ogni riga non lascia scampo. Cristina, che è anche la traduttrice di questo bellissimo volume, racchiude con la sua postfazione l'eleganza dei classici cogliendo varie riflessioni non solo sulla storia e i suoi protagonisti, ma sull'autore stesso. Cristina riflette su quello che è il romanzo e su come l'autore lo abbia sentito e ci accompagna a vederlo allo stesso modo e a leggerlo con quell'accurata attenzione che forse, senza lei, non si avrebbe avuto.

Come sempre la scrittura di Herman Melville riesce ad incantare ogni lettore e a travolgere il significato di ciò che si legge. Se da una parte il romanzo può essere definito provocatorio e razzista, dall'altra troveremo una sorta di grido di aiuto e diffidenza in ciò che stiamo leggendo. Siamo agli inizi del Ottocento, il nostro protagonista Delano è un capitano di una nave che si ritrova a sostare su un'isola deserta. Il suo quotidiano viene travolto quando d'un tratto, all'orizzonte, appare una strana nave che entra nel porto. La nave, così strana e immensa, sembra in difficoltà e Delano, il capitano contro i consigli del suo equipaggio, decide di arrivar in soccorso in quel vascello tanto strano e incerto. Ciò che ha davanti è completamente folle e pagina dopo pagina lascia il lettore senza fiato, chiedendosi fino all'ultimo se si sta leggendo di una nave fantasma o di un'epoca realmente esistita: quella della schiavitù, della vendita dell'essere umano.

L'incontro con il capitano Benito Cereno è ancor più folle, quest'ultimo si ritrova a vaneggiare, a dover essere soccorso perché la malattia o forse la follia lo sta distruggendo o forse perché in realtà ha bisogno di un vero aiuto. Il vascello è strano anche dal di dentro, schiavi di colore vengono utilizzati in più modi eppur sembrano in realtà liberi, l'odore è nauseante ed ogni scena è così evocativa che ci sembrerà di trovarci all'interno della storia. Se questo non basta, riga dopo riga l'autore sembra corrompere il lettore cercando di indicargli sotterfugi che vengono subito coperti dal nostro stesso Delano impossibilitato o in realtà, incapace davvero di vedere.

In questo romanzo di poche pagine, nulla è come realmente sembra. Ciò che è preda diventa in realtà il predatore e lascia a bocca asciutta fino all'ultima pagina, fino a quando viene spiegata la verità con tratti crudi e senza senso. E' davvero giusto realizzare qualcosa anche se il mezzo è il più sbagliato? Dove inizia la follia e termina la ragione? Melville ci imprigiona in una gabbia stretta dove si ha la necessità solo di riflettere su quello che abbiamo letto pur di uscirne.
Il ritmo serrato ci porta a divorare ogni pagina con la curiosità di dover sapere e ritornare indietro per apprendere meglio, per esser sicuri di ciò che abbiamo letto. Nonostante l'ambientazione si sviluppi sulla nave e sull'isola, il romanzo sembra toccare numerose terre e porti.

Benito Cereno è un romanzo forte, un romanzo prepotente che non lascia scampo e ci ritroveremo a scuotere con determinazione il nostro Delano, riflettendo che forse in realtà l'autore parla di noi, della nostra incapacità di vedere davvero ciò che guardiamo. Intrigante, evocativo, contro corrente e attuale, Benito Cereno è assolutamente questo e tutt'ora nonostante il romanzo sia riuscito a leggerlo in poche ore, tutt'ora ne ho voglia di rileggerlo ancora perché sono sicura che ogni volta riuscirei a trovare una sensazione nuova e diversa. E' un romanzo psicologico che entra nella nostra pelle e ci ronza in testa come un insetto. E' un romanzo che viaggia parallelamente tra razionalità e follia.

Un appunto va dato assolutamente anche alla copertina meravigliosa che con il vascello fantasma delinea perfettamente la nave protagonista della nostra storia.





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