L'eredità celtica: origini e antropologia dei popoli cisalpini, Stefano Spagocci - Intervista -

sabato 27 marzo 2021


 L'eredità Celtica


Stefano Spagocci

Prezzo: 16,00€

Trama: "I Celti, generalmente associati a Irlanda, Scozia, Galles e Bretagna, sono in realtà alla radice di gran parte delle nazioni europee. La presenza celtica in parte dell’Italia settentrionale è altrettanto autoctona quanto quella in Iberia, Europa Centrale ed Isole Britanniche. Dopo le invasioni storiche del IV sec. a.C. tutta l’Italia settentrionale, e parte dell’Italia centrale, fu abitata da popolazioni celtiche o celtizzate. Un tale dato, tuttavia, è quasi sconosciuto al grande pubblico. In questo libro, sintetizzando un ventennale lavoro di spoglio della letteratura archeologica ed antropologica, l’autore ha voluto rendere giustizia ai Celti Cisalpini, delineandone un ritratto antropologico in senso genetico, fisico e culturale. Ciò allo scopo non solo di conoscere meglio questo insieme di popoli ma di capire quanto di loro sia rimasto nell’antropologia dei Popoli cisalpini. Se dal punto di vista genetico, con alcune precisazioni riguardo all’aggettivo “celtico” dalle quali l’autore non rifugge, si può sostenere l’origine celtica, prevalentemente celtica o in parte celtica degli abitanti di buona parte dell’Italia settentrionale, dal punto di vista culturale il discorso si fa più complesso. Per questa ragione un’attenzione particolare è dedicata anche alle dinamiche della romanizzazione, giungendo alla conclusione che molto di celtico, nonostante tutto, sia rimasto in Italia settentrionale."


I Celti erano un insieme di popoli che nel primo millennio a.C. iniziarono a occupare l'Europa e tra il V e Il IV secolo a.C, spingendosi fino i Balcani, L'Asia Minore e l'Italia Settentrionali. Alcuni studiosi indicano come la parola celti derivi da ceilt, termine di origine celtica che significava popolo nascosto, segreto. 
I Celti presenti dal XII sec. a.C., a nord del fiume Padus (Po), sviluppano le tribù celtiche degli Insubri, considerati eredi diretti dei precedenti Celti che avevano inglobato la civiltà di Golasecca, qui fondano Mediolanium (Milano), facendone la loro capitale.
Per i romani, i celti erano un popolo particolare e, allo stesso tempo, brutale. Erano noti in battaglia come uomini alti e massicci, guerrieri (spesso nudi) che si mescolavano velocemente in mezzo agli altri, combattendo con furia e attaccando brutalmente. 
Ancora oggi, il mistero e la leggenda che ruota attorno al popolo dei celti, è visto come un qualcosa di fantastico e incantato al tempo stesso. I Druidi, sacerdoti celtici, vengono ancora visti come custodi di antiche conoscenze, oltre a portatori di segreti magici.
Ma di questa affascinante e meravigliosa eredità celtica, quanto è possibile trovarne traccia nel nostro DNA?
Il DNA contiene tutte le informazioni genetiche che compongono i nostri geni. La lunghissima molecola di DNA è formata da due filamenti di nucleotidi, paralleli e uniti tra loro, arrotolati su se stessi come una spirale, orientate poi in direzione opposte. I geni, sequenze lunghe di DNA, hanno una stima dai 20.000 ai 30.000 e costituiscono il nostro patrimonio genetico.
Il patrimonio genetico, che può trovarsi in ogni cellula del nostro corpo, viene ereditato dai nostri antenati e nonostante ogni individuo sia poi diverso l'uno dall'altro - tranne per i gemelli monozigoti - in realtà il patrimonio genetico di una popolazione resta invariato da una generazione a quella successiva e così via. 
Facciamo però un passo indietro indicando come l'autore nel suo testo "Eredità Celtica. Origini e antropologia dei popoli cisalpini" non identifichi solo l'identità del popolo nel DNA, ma evidenzia i tratti comuni alle popolazioni cisalpine nella dialettologia, nel folklore, nella letteratura e nel carattere.
Ecco quindi che l'autore di Eredità Celtica, Stefano Spagocci, con il suo minuzioso libro, ci porta a comprendere con un'attenta analisi di facile consulto, quanto il popolo dei celti, ricco di storia e leggenda, sia legato all'Italia più di quanto si creda, tramandandoci una profonda eredità genetica e sottolineando la presenza celtica nell'Italia Settentrionale.
Stefano Spagocci illustra come i celti cisalpini comprendessero tutte le tribù posti sui territori oltre l'Appennino, chiamata dai romani Gallia Cisalpina.
Le tribù più importanti dell'epoca erano i Senoni, gli Insubri, i Taurini a Torino, i Cenomani tra Cremona e Brescia e i Boii nell'attuale Emilia Romagna, quest'ultimi considerati i più selvaggi e brutali. 
La civiltà di Golasecca che fondò a Milano la loro capitale, tuttavia, viene considerata come una delle prime "civiltà celtiche" dell'intero continente europeo. I Golasecchiani era un tribù principalmente dovuta al commercio, controllando le vie d'acqua e alpini, intermediando con gli etruschi padani e i celti d'oltrape. I loro villaggi erano inseriti in punti strategici per il controllo del commercio.
Altre tribù celtiche le troviamo negli Orobii nell’attuale alto bergamasco, i Lepontii nelle valli dell’Ossola e Canton Ticino svizzero, i Carni nell’attuale Friuli, gli Euganei tra il lago di Garda e Trento, i Lingones nell’attuale ferrarese, i Reiti nell’Alto Adige, i Vagienni in Liguria, i Liguri a nord di La Spezia e Firenze, i Libicii tra Novara e Vercelli, i Caturigi sulle Alpi Cozie, i Salassi nell’attuale Valle d’Aosta.
Le tribù dei celti Senoni sono storicamente famosi, in quanto al comando di Brenno occuparono e saccheggiarono la città di Roma, dopo avere sconfitto i romani nella battaglia sul fiume Allia nel 387 a.C. 
Per prevenire l'invasione romana, i celti cisalpini marciarono verso sud, ma furono sconfitti nella battaglia di Talamone. Di seguito i celti si allearono nella campagna militare di Annibale. 
Nel 216 a.C le tribù celtiche dei Boi, distrussero un esercito romano, tuttavia con il fallimento della campagna militare di Annibale, dovettero arrendersi. 
Da parte dei celti non esiste nessuna testimonianza scritta sulla loro cultura e filosofia, in quanto i druidi temevano sia il pericolo della diffusione delle loro conoscenze, sia l'abbandono poi del tramandare oralmente le loro storie, affidandole solamente alla scritture. Tutto ciò che sappiamo relativo alle tribù celtiche,  lo dobbiamo dalla storia documentata dai greci e latini, a volte però contrassegnata da pregiudizi.

Dopo questa piccola introduzione, lascio la parola all'autore Stefano Spagocci: 

Dottor Stefano Spagocci lei ha conseguito una laurea in fisica all’Università degli studi di Milano, quando sviluppa in realtà un così forte interesse per la storia e l’archeologia “barbarica”?

Ho sempre avuto un forte interesse verso il mondo “barbarico”, forse perché (spero nessuno si scandalizzi per quello che sto per scrivere) il mio carattere, la mia visione del mondo e in parte il mio aspetto fisico sono piuttosto distanti dalle caratteristiche che, a torto o a ragione, si attribuiscono all’uomo mediterraneo. 
Avendo però una formazione, e una forma mentis, decisamente scientifiche, il mio legame con il mondo “nordico” (qualunque cosa ciò significasse per un giovinetto piuttosto ignorante in materia) era di tipo sentimentale e non poggiava su solide conoscenze storiche e antropologiche. 
Forse scandalizzerò qualcun altro ammettendo che il mio interesse per il mondo che cominciai a definire “celtico” e “germanico”, in luogo del più generico “nordico”, assunse il carattere “totalizzante” che ammetto avere quando, alla metà degli anni ’90, “qualcuno” cominciò a parlare di identità insubre, lombarda e, più in generale, padano-alpina. 
Cominciai allora a frequentare alcune associazioni culturali identitarie, costituitesi in quegli anni, dove trovai tanti altri giovani e meno giovani con i miei stessi interessi e scoprii un mondo tanto denigrato quanto invece ricco di persone di vasta e profonda cultura e di persone, come me, desiderose di imparare ciò che la scuola non aveva loro insegnato. Cominciai allora a leggere libri e articoli, a frequentare conferenze e convegni, ad interagire con studiosi e appassionati, e col tempo mi resi conto che anch’io avrei potuto dare il mio piccolo contributo agli studi identitari.

Il suo testo “L’eredità celtica. Origini e antropologia dei popoli cisalpini” pubblicato da Press & Archeos  è frutto di una ricerca ventennale. Cosa l’ha spinta al bisogno di ricercare e approfondire l’antropologia genetica?

Come lei ha sottolineato, la mia formazione è fortemente scientifica e, aggiungo io, a torto o a ragione la mia passione per la scienza è stata ed è piuttosto totalizzante (in fatto di passioni totalizzanti sono molto “celtico” e un po’ anche “germanico”); è stato quindi per me inevitabile concentrarmi sull’antropologia dei popoli “barbarici”, essendo l’antropologia una scienza empirica.
L’antropologia genetica era ed è una disciplina scientifica in pieno sviluppo e foriera di notevoli e spesso straordinari risultati e (come l’antropologia fisica che però, per ragioni che spiegherò, non mi ha mai “affascinato”) è inevitabilmente più legata alle scienze “esatte” rispetto all’antropologia culturale. Quando, verso la metà degli anni ’90, scoprii su Le Scienze l’articolo di Alberto Piazza che, in maniera scientifica, trattava dell’eredità genetica dell’Italia antica, fu per me inevitabile innamorarmi dell’antropologia genetica. 

Nel suo testo lei evidenzia il popolo cisalpino non soltanto con i tratti comuni del DNA, ma dal punto di vista sia culturale che caratteriale. Che tipo di popolazione appare agli occhi dell’uomo moderno?

Risponderò alla domanda assumendo che per “popolo cisalpino” lei intenda l’insieme di etnie, tra loro distinte ma con un certo legame di fondo, che popolarono l’odierna Italia settentrionale in epoca preromana. Per chiarezza considererò separatamente l’antropologia genetica, quella fisica e quella culturale dei popoli padano-alpini, riferendomi in particolare ai Celti cisalpini.
Dal punto di vista genetico i Celti cisalpini erano parte di un continuum che ha inizio dalla Scandinavia e giunge all’Iberia ed Italia centrale. Quello che mi piace chiamare “continuum centro-nord-europeo” sembra abbia origini neolitiche; la grande migrazione indoeuropea comportò poi una complessa serie di sotto-ondate migratorie che avrebbe portato alla diffusione della cultura del Vaso Campaniforme, in alcune aree evolutasi in quella celtica. Le invasioni lateniane storiche, poi, portarono ad un’ulteriore redistribuzione di popolazioni.
L’antropologia fisica, come dicevo più sopra, non mi ha mai “entusiasmato” perché si presta a grossolane schematizzazioni e porta, in particolare, a sostituire i veri popoli, con la loro complessa identità, con fantomatiche razze che in una non meglio precisata epoca remota avrebbero posseduto pure caratteristiche (nordiche o mediterranee, a seconda dei gusti antropologici).
Per quello che possano valere le tradizionali classificazioni antropometriche, comunque, in Italia settentrionale e nelle aree celtiche dell’Europa centrale il tipo fisico prevalente è quello alpino, con una minoranza di individui di tipo nordico e la comparsa del tipo dinarico verso est. Tutto fa pensare che i Celti cisalpini possedessero analoghe caratteristiche fisiche, restando inteso che in antropologia fisica si fa riferimento a caratteristiche medie e che il singolo individuo può anche deviare fortemente dalla media.
Riguardo all’antropologia culturale, gli scrittori classici ci hanno lasciato diverse descrizioni del carattere nazionale celtico, preziose per l’archeologo e l’antropologo. Il fatto che molti tratti caratteriali “celtici” si siano mantenuti nei Cisalpini di oggi fa pensare che i Celti cisalpini condividessero con gli altri europei di origine celtica almeno tratti di tale carattere. Tenendo ben presente che le identità collettive sono medie statistiche, possiamo delineare alcuni tratti che è possibile siano stati tipici dei Celti cisalpini. 
In particolare si può parlare di una concezione serena della vita, una religiosità profonda e sincera, esigente ma gioiosa e fondata su un senso di sacralità della natura e dell’attività umana, uno spiccato senso della giustizia, accompagnato da una tendenza a dimenticare i torti subiti, un forte senso della vita sociale, accompagnato da un forte individualismo, una tendenza alla concretezza, un’avversione per i formalismi, un rispetto rigoroso della parola data, una tendenza a concepire i rapporti umani in termini di fiducia reciproca, un’avversione per la retorica vuota e i formalismi, una tendenza agli scatti d’ira e una certa passionalità, non però “teatrale”.

Nella storia l’avvento delle tribù celtiche viene identificato nel periodo dell’età del Bronzo, tuttavia nel suo libro lei ritiene, così come altri studiosi, che la Gallia Cisalpina sia stata “invasa” almeno due millenni prima; cosa l’ha portata a dedurre tutto ciò?

Non si tratta di una mia personale deduzione ma, come lei correttamente sottolinea, dell’opinione di illustri studiosi che da alcuni decenni vanno periodicamente sostenendo che l’origine dei popoli celtici sia da ricercare nella cultura del Vaso Campaniforme. Di recente la teoria è stata riproposta da studiosi quali Jane Manco e Venceslas Kruta, con motivazioni più solide di quelle degli studiosi che li hanno preceduti. Da parte mia, ritengo di aver trovato un’ulteriore conferma “sperimentale” della teoria, come vado a riferire.
Le motivazioni sottostanti alla teoria “campaniforme” si rifanno alla continuità tra era campaniforme ed era celtica che si riscontra nel record archeologico dei territori interessati dalla presenza celtica ed in cui il celtismo può ritenersi “autoctono”. In altre parole, nei territori a celticità “autoctona” (cioè le Isole britanniche e parti rilevanti dell’Europa centrale, Iberia e Cisalpina) si riscontra un’evoluzione senza discontinuità tra la cultura del Vaso Campaniforme e la cultura celtica (nelle loro molteplici articolazioni). 
Considerato anche il fatto che la diffusione del Vaso Campaniforme in Europa avvenne in un’epoca la cui datazione è compatibile con l’epoca delle invasioni indoeuropee, è stato naturale supporre che, almeno nelle aree a cultura celtica “autoctona” (vale a dire non importata in epoca lateniana), i concetti di “ondata campaniforme”, “indoeuropeizzazione” e “celtizzazione” sostanzialmente coincidano.
Va aggiunto che alle motivazioni di cui sopra, moderno alfiere delle quali è Venceslas Kruta, decano degli studi celtici alla Sorbona di Parigi, si sono aggiunte motivazioni legate all’antropologia genetica, alfiera delle quali fu la purtroppo scomparsa Jane Manco. 
In sintesi, le mappe di diffusione di diversi aplogruppi (gruppi di mutazioni genetiche) in Europa ricalcano, con buona approssimazione, le mappe di diffusione delle culture definite su base archeologica e delle famiglie linguistiche. Per quanto riguarda l’areale celtico, una tale coincidenza porta a ritenere che l’arrivo della cultura del Vaso Campaniforme, collegato all’indoeuropeizzazione e alla celtizzazione, non sia stato un fatto solo culturale ma abbia anche coinciso con una delle tre ondate migratorie di massa che (oggi lo sappiamo) sono alla base del pool genetico europeo, precisamente l’ondata di ripopolamento seguita all’ultima era glaciale, l’ondata neolitica e quella indoeuropea.
Dopo questo lungo ma necessario “preambolo”, veniamo al mio personale contributo. Da vent’anni, per l’appunto, rifletto sulle pionieristiche mappe genetiche di Alberto Piazza e Luca Cavalli Sforza e quelle mappe, pur essendo ormai vecchie di un venticinquennio, non smettono di stupirmi, offrendomi sempre nuovi spunti di riflessione. 
La componente della mappa di Luca Cavalli Sforza che sembra derivare dalla grande migrazione indoeuropea, nelle aree rilevanti, tranne l’Iberia, ricalca quasi alla perfezione il popolamento celtico. In Iberia ciò non avviene e fino all’anno scorso non sapevo perché. Di recente mi sono però accorto del fatto che il residuo genetico “celtico” in Iberia ricalca non tanto la diffusione del celtismo in quella regione quanto la diffusione della cultura del Vaso Campaniforme, o meglio quella delle due ondate di diffusione campaniforme che sembra aver comportato un massiccio spostamento di popolazioni.
Il celtismo iberico, dunque, sembra avere una base culturale in gran parte della penisola e una base genetica solo in quelle aree interessate dall’ondata migratoria campaniforme. Nella Penisola iberica, dunque, mi sembra si abbia una conferma “sperimentale” della teoria campaniforme.

Sempre nel suo testo “L’eredità celtica. Origini e antropologia dei popoli cisalpini”, pubblicato da Press & Archeos, lei riflette su come il DNA dei toscani medievali fosse più affine a quello degli Etruschi rispetto a quello attuale. Come mai viene identificata questo tipo di discrepanza?

Una tale discrepanza è stata identificata come risultato degli studi antropo-genetici riguardanti la Toscana antica e moderna. Oggigiorno negli studi di antropologia genetica si cerca di correlare all’evidenza archeologica (e a volte anche linguistica e storica) i dati antropo-genetici riguardanti le popolazioni antiche e moderne di un dato territorio. In Toscana, per l’appunto, si è constatato come il DNA estratto dagli scheletri di epoca etrusca sia molto più affine al DNA estratto dagli scheletri di epoca medievale di quanto lo sia quello degli odierni toscani.
Non mi sembra che di una tale discrepanza sia stata data alcuna spiegazione in letteratura. Come riferito nel capitolo dedicato ai contributi “non barbarici” all’etnicità padano-alpina e italiana peninsulare, ritengo che la discrepanza si spieghi con migrazioni post-medievali dall’Italia centrale, migrazioni che d’altronde risultano da un recente studio sulla diffusione storica dei cognomi italiani. 
Voglio poi sottolineare che, nel complesso, anche il DNA “toscano” è fondamentalmente congelato all’epoca preromana. In particolare, è ben evidente l’eredità genetica neolitica che accomuna la Toscana alla restante parte dell’Italia centrale (e, con un legame ovviamente decrescente con la distanza, all’Italia nord-orientale e all’Europa carpatico-danubiana). Le migrazioni post-medievali, evidentemente, hanno in parte cancellato il residuo genetico etrusco ma, per quanto riguarda la componente neolitica, hanno “rimescolato” un residuo genetico in larga parte uniforme in tutta l’Italia centrale (almeno a quanto risulta dalle mappe di Luca Cavalli Sforza).

Nel folklore trentino, veneto e friulano, le Anguane sono esseri semi-divini, dal corpo di sirena e piede di capra, che presiedono laghi e sorgenti. Che tipo di rapporto hanno con le divinità celtiche?

Non possiamo essere certi di un legame tra le Anguane e le divinità celtiche (per averne la certezza dovremmo possedere una macchina del tempo o rinvenire documenti epigrafici di epoca preromana che le citassero esplicitamente) ma che un legame esista lo si suppone dalle caratteristiche attribuite a tali esseri semi-divini - che rimandano al mondo celtico - e da due indizi più concreti. 
Mi riferisco, in particolare, all’attestazione epigrafica di un culto delle Adganae nella Cisalpina romanizzata. Un tale culto, come molti culti locali cisalpini di epoca romana, sembra rifarsi a culti celtici sopravvissuti alla romanizzazione, e tra Adganae ed Anguane il passo è breve.
Un ulteriore indizio, suggerito da Federico Troletti, è dato dalla località camuna di Naquane (il passo è breve tra Naquane ed Anguane), presso la quale si trova la chiesa delle Sante Faustina e Liberata, sante a cui nel folklore locale sono state attribuite caratteristiche analoghe a quelle altrove attribuite alle Anguane.

Ci parla brevemente dell’astronomia praticata dalle popolazioni cisalpine celtiche o celtizzate?

Grazie all’opera di studiosi quali Adriano Gaspani, è ben nota l’esistenza di allineamenti astronomici nei siti archeologici cisalpini di epoca celtica. In particolare si sono esaminati gli orientamenti dei nuclei celtici di Milano e Como, del Cerchio dei Tre Camini (Como), degli oppida (cittadelle fortificate), dei nemeta (recinti sacri) e dei cromlech (cerchi di pietre) cisalpini. Ci si è poi concentrati sulle necropoli cisalpine di epoca celtica e su altre necropoli (del Priamar a Savona, di Mel presso Belluno) che pur non essendo celtiche presentano allineamenti tipici del mondo celtico cisalpino. Si sono anche considerate la Valcamonica, concentrandosi sulla simbologia astronomica nell’arte rupestre della valle, e il megalitismo alpino, in particolare valdostano con il sito di Saint Martin de Corléans (Aosta).
Gli allineamenti astronomici gallo-cisalpini sembrano ispirarsi al mondo celtico transalpino ma rivelano anche un’influenza dell’astronomia greca antica. Ritengo che l’analisi delle conoscenze astronomiche dei Celti cisalpini possa anche dirci qualcosa riguardo alla loro cultura e società; in particolare mi sembra che l’archeoastronomia concorra a fornire l’immagine di una società dotata di una cultura “scientifica” piuttosto sofisticata e inserita in una fitta rete di relazioni con le popolazioni sia transalpine che mediterranee. 
Un altro aspetto interessante è la già citata presenza di allineamenti “celtici” in culture cisalpine non celtiche; tale fenomeno mi sembra confermi l’influenza determinante che i Celti cisalpini ebbero sulle altre (e non meno importanti) popolazioni padano-alpine. 

In conclusione nel suo testo “L’eredità celtica. Origini e antropologia dei popoli cisalpini” pubblicato da Press & Archeos traspare un enorme rispetto verso quei popoli documentati molto spesso con pregiudizi e quindi con fonti poco attendibili dai Greci e Latini. C’è in lei qualche tipo di legame più profondo con il popolo celtico rispetto alla passione e alla ricerca ventennale? 

La mia formazione, come dicevo in precedenza, è stata prettamente scientifica, la mia forma mentis lo è altrettanto e posso definirmi un matematico applicato, tuttavia verso le culture “barbariche” sento, non da oggi e non dal nuovo millennio, un forte legame emozionale e affettivo. Per quale ragione? Al cuor non si comanda e l’amore non afferisce alla sfera razionale, dunque non saprei rispondere a una tale domanda. Come scriveva il grande Caio Valerio Catullo, che non solo io ritengo essere un “celta mascherato da romano”: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”.











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