Cattivi ragazzi, Marko D'abbruzzi - Recensione -

mercoledì 27 maggio 2020


Cattivi ragazzi

Marko D'abbruzzi

Editore: I.D.E.A.

Trama: Quando parole velenose e vessazioni si insinuano nell'animo di una persona, piantano semi. Da questi germogliano paure, dubbi e ansie. Un'anima giovane, nutrita da queste emozioni negative, non fiorisce, impara a nascondersi dietro maschere di falso benessere. Questo è il viaggio di un ragazzino timido e introverso che attraverserà l'inferno, in una Roma degli anni '90, per imparare ad apprezzare se stesso. "Quello che sarà di te, lo scoprirai quando meno te lo aspetti".








Sono una di quelle cresciuta a pane e Articolo 31 e, quando ho visto la dedica dell'autore in prima pagina per J Ax, ero già sciolta e presa dai ricordi.
Cattivi ragazzi di Marko D'abbruzzi è uno di quei romanzi che si inizia ad amare già dalle prime pagine e che si divora velocemente con un senso di amarezza e nostalgia.

Non fatico ad ammetterlo, ma Cattivi ragazzi è un romanzo che confonde le idee. Dalla trama ti aspetti una storia, un viaggio di vita dove il protagonista matura pagina dopo pagina, in realtà il romanzo prende una piega inaspettata già dopo poche pagine. Il lettore diviene lo stesso protagonista di un romanzo di formazione, azione e anche un po' nostalgico, specie per chi come me supera gli enta.

Lo stile narrativo è intenso e ricco di dettagli così semplici che lasciano senza fiato. Non è uno stile ridondante e ricco di parole e dettagli, è molto semplice e lineare come lo è la storia di Marco, eppure cattura e ti fa venir voglia di leggerlo in continuazione, quasi da imparare a memoria pur di non lasciarlo andare. 

Ci si perde tra le voci dei vari personaggi, ci si ritroverà in strada insieme ai ragazzi o al bar a fare colazione parlando delle ragazze e ci si ritroverà lì ad alzare lo sguardo e a vedere quel cielo blu. Marko D'abbruzzi ci porta a ricordare le canzoni di Masini e le sue amate parolacce nella musica, ci porta a ricordare le canzoni dei Depeche Mode e a quanto anche noi spesso eravamo i primi ad indossare maschere diverse, per coprirci un po' di più.

Cattivi ragazzi lascia il bisogno al lettore di ricordare quei tempi con nostalgia e di ricucire quel rapporto con l'adolescente dentro di noi, quel bambino un po' cresciuto che spesso fa fatica a diventare grande. 
Il lettore riuscirà facilmente ad immedesimarsi in ogni personaggio, ad avere le sue simpatie ad antipatie.

Marko D'abbruzzi riesce a descrivere il quotidiano della vita di ogni personaggio, con semplicità racconta le loro emozioni, le loro paure e le loro scelte che sembreranno sbagliate. Si riusciranno a sentire gli stessi odori, rumori e a vedere gli stessi volti dei personaggi. 

La sua realtà è vera e sentita e si rimane affascinati anche dai dialoghi così sfumati su un accento romano degli anni novanta e facilmente si sentirà il rumore di un motorino che accelerando lascerà una scia di fumo.

Cattivi ragazzi è la colonna sonora di anni mai dimenticati, segna un percorso che il lettore ricorderà con nostalgia scaldandosi il cuore. 
La firma di Skia, in basso a destra, citava Jim Morrison: “La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo dire a nessuno”.
1 commento on "Cattivi ragazzi, Marko D'abbruzzi - Recensione - "

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